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Etica Efficace – intervento di Vincenzo Linarello all’Agorà 2025

    La Locride è il posto dove la mia vocazione prende forma, e prende forma molto presto, forse troppo presto, a diciotto anni. È in quel momento che capisco che Dio mi chiama a costruire una comunità di vita. Da lì parte un percorso che, attraverso il Gruppo Akatistos, mi porterà dopo qualche anno a far nascere quella che oggi si chiama Comunità di Liberazione.

    Si chiama così perché, pur essendo una comunità laica e aperta, nasce da una spiritualità radicata nella teologia della liberazione, una spiritualità che mi accompagna ancora oggi. La nostra piccola comunità di vita è rimasta tale nel corso degli anni: siamo due famiglie che resistono in comunità da quasi trent’anni, a Gioiosa Ionica. Nel tempo, però, ci siamo chiesti più volte: “Come mai non cresciamo? Dove stiamo sbagliando?” Alla fine, abbiamo compreso che il nostro nucleo, seppur piccolo, ha generato una rete molto più ampia.

    Attorno al salone principale della Comunità, quello dove si mangia insieme, è nato GOEL, un progetto che prende vita nella Locride grazie alla combinazione di diversi fattori. In quel tempo c’era Monsignor Bregantini come vescovo di Locri, con lui ho condiviso il mio ruolo di responsabile della Pastorale Sociale e del Lavoro. Le cooperative e le realtà del territorio che hanno fondato GOEL avrebbero trovato più difficile fidarsi l’una dell’altra se non fosse esistita una esperienza di comunità di vita come la nostra a fare da catalizzatore.

    Nella Comunità di Liberazione seguiamo tre regole fondamentali:

    1. Accogliere persone in difficoltà in casa nostra;
    2. Condividere risorse economiche e beni, la cassa comune;
    3. Progettualità condivisa, ovvero assumere le nostre decisioni più importanti dopo un dialogo collettivo.

    L’obiettivo della nostra comunità di vita era portare i valori della liberazione nel territorio. Così, gradualmente, abbiamo aggregato attorno a noi altre realtà: da questa rete nasce GOEL, nel 2003. L’obiettivo era ambizioso, forse anche presuntuoso: innescare un percorso di cambiamento e riscatto in Calabria. Ma il cambiamento in Calabria implica confrontarsi con un sistema che non solo rifiuta il cambiamento, ma lo osteggia in ogni modo.

    Questo sistema è costituito da due poli di potere: da un lato la ’ndrangheta, infiltratasi capillarmente in tutta Italia, e dall’altro un reticolo di massonerie deviate, alleate con la ’ndrangheta da oltre cinquant’anni. L’aggregazione tra mafia e massoneria deviata ha creato un controllo del territorio che non si fonda più solo sulla violenza, ma su una rete capillare che controlla le risposte ai propri bisogni fondamentali delle persone, in molti ambiti. Il meccanismo è semplice, ma implacabile: se elemosini in modo clientelare la risposta a un tuo bisogno otterrai una risposta, se la pretendi come tuo diritto faticherai ad ottenerla. Ma chi accetta le elemosine ottenendo favori, diventa debitore e pagherà attraverso il consenso elettorale il suo debito. Così il sistema perpetua il controllo del territorio e dei cittadini. Oggi la ’ndrangheta, in connubio con le massonerie deviate, è diventata una delle mafie più deleterie al mondo, con un giro d’affari di diverse decine di miliardi di euro all’anno, equivalente al bilancio di piccoli Stati europei.

    In questo contesto, GOEL inizia a immaginare come innescare un cambiamento reale in Calabria, costruendo una strategia seria, basata sull’analisi di ciò che fino a quel momento non aveva funzionato. Molti di noi provenivano dal mondo dell’antimafia civile, impegnati in lotte e manifestazioni utilizzavamo un approccio di delegittimazione morale contro le mafie. Ma la ‘ndrangheta si legittimava facendo credere al territorio di essere la fonte del sostentamento economico. Da questa consapevolezza inizia a prendere forma il concetto di etica efficace: l’etica non può limitarsi a essere giusta, deve essere anche efficace. In Calabria, con disoccupazione altissima e territori devastati, un’etica efficace significa dare risposte concrete, offrire opportunità, sostenere chi è in difficoltà. Abbiamo così elaborato una strategia basata su due principi: unirsi per creare una forza collettiva, e generare risposte concrete ai bisogni delle persone. Le cooperative sociali si prestano perfettamente a questa sintesi, unendo azioni concrete e orizzonti ideali.

    Parallelamente, abbiamo capito che per superare il fatalismo e la disperazione diffusi nel territorio, era necessario usare linguaggi più potenti delle parole. Così nasce l’idea dei “segni efficaci”, ovvero opere concrete, che producono risultati tangibili, curate in ogni minimo dettaglio affinché diventino strumenti di comunicazione. Un segno efficace non è solo utile: comunica il cambiamento, mostra che la trasformazione è possibile, e rafforza la fiducia nel futuro. I segni efficaci, a differenza delle parole, infrangono il muro del fatalismo e dell’ineluttabilità. In Calabria esiste una gloriosa storia resistenza alla ’ndrangheta. Pochi ne sono a conoscenza, purtroppo, ma la storia della resistenza in questa regione è straordinaria. Pensateci: molti conoscono personaggi come Peppino Impastato, e tutti i maggiori esponenti della storia di resistenza a Cosa Nostra in Sicilia. Ma quanti conoscono in Italia i nomi di Rocco Gatto o Peppino Valarioti? Molto pochi. Storie coraggiose di ribellione alla mafia continuano ancora oggi, ma non sono sufficientemente note e valorizzate. La resistenza e la ribellione continuano anche oggi, spesso si tratta di imprenditori o imprenditrici. Ma anche quando queste persone non subiscono danni alla loro incolumità, le loro aziende vengono danneggiate e messe in crisi dalla ’ndrangheta, che esercita un controllo economico sul territorio.

    Da qui nasce l’intuizione di ripartire proprio dalla apparente disfatta. È quella che chiamiamo “tecnica del capovolgimento”: ripartire da ciò che sembra perduto, dai territori e dai contesti più difficili, e costruire l’esatto opposto. La strategia è chiara: organizzare tutti coloro che si sono ribellati alla ’ndrangheta, strutturarli per dimostrare che la loro resistenza non è vana, ma la scelta più giusta e opportuna da portare avanti. Così GOEL – Gruppo Cooperativo, oggi, non si occupa solo di attività sociali, ma di un ecosistema molto più ampio. Conta 46 realtà tra cooperative sociali, imprese sociali, aziende agricole e associazioni, distribuite tra le province di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Catanzaro, e offre lavoro a circa 500 persone, tra dipendenti, professionisti e collaboratori. I settori in cui opera sono molteplici. Lavora in ambito socio-sanitario: accoglienza di minori, accoglienza di migranti e richiedenti asilo, servizi sanitari, con particolare attenzione alla psichiatria. Ma opera anche sul fronte economico di mercato, organizzando imprenditori e imprenditrici ribelli in attività produttive e commerciali. Nel turismo, ad esempio, abbiamo dato vita a “I Viaggi del GOEL” (https://turismo.responsabile.coop), un tour operator che propone pacchetti di turismo responsabile: ecologico, ambientale, enogastronomico, culturale e sociale. L’obiettivo è sostenere chi si ribella alla ’ndrangheta, riempiendo ristoranti e alberghi svuotati dalle intimidazioni mafiose. Un esempio tra tanti è il ristorante di Pino Trimboli a Martone, un piccolo borgo di qualche centinaio di abitanti. Pino aveva ricevuto quattro lettere di minaccia di morte e incendi indirizzati a lui e alla sua famiglia, con richieste di 50.000 € di mazzette. Si è ribellato insieme a noi: abbiamo lanciato una campagna mediatica nazionale, sostenuta dalla collaborazione delle forze dell’ordine. Abbiamo fatto appello alla gente del territorio per sostenerlo, recandosi proprio in quei giorni a mangiare al ristorante, mostrando alla ’ndrangheta da quale parte essa si schierava. Il risultato? Nei mesi di febbraio, marzo e aprile – mesi in cui i ristoranti generalmente chiudono dalle nostre parti – il ristorante di Pino ha avuto più clienti che in estate. I responsabili delle intimidazioni sono stati individuati, processati e condannati con GOEL costituitosi parte civile. Il locale ha triplicato il numero di clienti. Questa è l’etica efficace in azione: la ribellione porta risultati concreti, sociali ed economici.

    Un altro settore critico è l’agricoltura. Oltre 15 anni fa, agricoltori della Locride e della Piana di Gioia Tauro ci hanno chiesto aiuto: subivano danni continui alle loro aziende, sabotaggi, furti e incendi da parte della ’ndrangheta. Nelle campagne, la mafia non punta tanto a estorcere denaro, quanto a controllare il territorio, inducendo i contadini a cercare protezione da loro e instaurando una relazione di sottomissione. Noi abbiamo risposto creando una strategia di difesa collettiva. Abbiamo compreso subito che la ’ndrangheta teme i riflettori e l’attenzione pubblica; abbiamo costruito un potente ufficio comunicazione, una vera e propria macchina da guerra, capace di trasformare ogni aggressione in un caso mediatico nazionale. Questo ha ridotto notevolmente le aggressioni dirette, pur considerando che le 46 realtà di GOEL ricadono (grosso modo) in 18 locali della ’ndrangheta.

    Per gli agricoltori ribelli, abbiamo fondato una cooperativa di conferimento agricola: ciascuna azienda diveniva socia, così, se veniva aggredita, GOEL era legittimato a reagire collettivamente. Allo stesso tempo, abbiamo migliorato le condizioni economiche degli agricoltori, creando una filiera efficiente e puntando su prodotti biologici di alta qualità. Quando abbiamo fondato GOEL Bio le arance arrivavano ad essere pagate ai produttori anche 10 centesimi al chilo, una cifra che rendeva impossibile vivere dignitosamente e obbligava a sfruttare i lavoratori agricoli. Oggi, il prezzo di conferimento viene democraticamente deciso dagli stessi agricoltori e rimane invariato per 12 mesi. L’ultimo prezzo (si tratta del prezzo all’origine, prima di qualsiasi lavorazione) fissato dall’assemblea per le arance biologiche è stato 60 centesimi al chilo, molto più alto di quello medio pagato in Calabria, dimostrando per la prima volta che ribellarsi alla ’ndrangheta conviene anche economicamente. L’etica può diventare efficace. A partire da questa consapevolezza, abbiamo cominciato ad aggregare sempre più produttori agricoli, anche se il numero è ancora limitato perché per permettere ad altri di divenire soci serve vendere di più, non si può far diventare socia un’azienda agricola senza vendere il suo prodotto.

    Abbiamo poi dovuto affrontare una questione fondamentale: come dimostrare ai nostri clienti che gli agricoltori con cui collaboriamo sono davvero ribelli alla ’ndrangheta? Non potevamo affermare di esserci informati con qualche telefonata nel territorio, non era serio. Allora abbiamo “scoperto” che in Italia, dove sono nate ben 4 mafie, non esiste ancora un sistema privato di certificazione antimafia rendicontabile verso l’esterno. Esiste il certificato antimafia pubblico ma non può essere rilasciato a terzi, e non è sempre così efficace. Così abbiamo deciso di inventare noi un sistema privato di verifica antimafia, rendicontabile e trasparente verso l’esterno, affinato negli anni per prove ed errori. Lo stesso approccio è stato adottato per la verifica del lavoro legale. Esistono certificazioni come la SA8000, ma le date delle ispezioni vengono rese note all’imprenditore, rendendo impossibile scoprire eventuali lavoratori in nero. Anche qui abbiamo sviluppato una nostra procedura di verifica. Ci siamo ispirati a ciò che fa l’Ispettorato del Lavoro, organizzando visite a sorpresa durante la raccolta. Se viene rilevato lavoro illegale è previsto formalmente l’espulsione del socio e una sanzione di 10.000 € per “danno d’immagine”. Oltre alle ispezioni abbiamo un sistema di verifica di congruità tra la quantità della produzione e la quantità di giornate di lavoro certificate. Nessuna infrazione è mai stata riscontrata.

    Parallelamente, abbiamo compreso che lavorare solo sugli agrumi non bastava più: il mercato è abbastanza saturo, con concorrenza sleale a livello nazionale e internazionale. Così ci siamo chiesti: la Calabria deve ridursi solo agli agrumi? Abbiamo indagato e questo ci ha portato a una scoperta incredibile: la Calabria è il giardino botanico d’Europa.

    Pur rappresentando lo 0,3% della superficie dell’Unione Europea, ospita 74 dei 230 habitat microclimatici censiti, ossia il 32% di tutta l’Europa. Una biodiversità botanica incredibile. Invece di limitarci a proteggerla, abbiamo pensato: come possiamo trasformarla in sviluppo economico? (etica efficace)

    È così nato il cluster GOEL Biodiversi, composta da:

    • 30 aziende agricole situate in microclimi diversi
    • laboratori per estrarre i principi attivi delle piante, e
    • il B.R.I.C.K. (Botanical Research Institute of Calabrian Knowledge), un centro di ricerca dove studiamo oli essenziali, estratti vegetali e principi attivi per applicazioni farmaceutiche, cosmetiche e nutraceutiche. Il cluster collabora con importanti aziende italiane. L’idea è chiara: biodiversità e tutela della natura diventano lavoro e potenzialità agricola, con un approccio a residuo zero. In parallelo, abbiamo recuperato l’antica tradizione della tessitura calabrese, creando il marchio di moda etica di fascia alta, CANGIARI (www.cangiari.it), con tessuti biologici e realizzati a mano dalle tessitrici locali.

    Ognuna di queste iniziative è un segno efficace, che ha contribuito ad accumulare un grande capitale fiduciario nel territorio. L’occasione per investirlo e dare una svolta straordinaria alla nostra libertà ci è venuta grazie all’illuminazione nata dopo il gravissimo attentato del 31 ottobre 2015 a Monasterace Marina, quando la ’ndrangheta ha incendiato un capannone di una nostra azienda agricola, distruggendo trattori e attrezzature, causando danni per oltre 100.000 €. Era il settimo attacco in sette anni alla stessa azienda, e chi la gestiva era pronto a mollare.

    Abbiamo reagito con le nostre campagne mediatiche, portando la vicenda sui notiziari nazionali e generando due interrogazioni parlamentari. Senza che chiedessimo nulla sono arrivate donazioni spontanee sufficienti a coprire tutti i danni. Ma prima di ricostruire ci siamo, come sempre, posti alcune domande, abbiamo dato vita a una riflessione importante: perché la ’ndrangheta fa attentati? Certo, per piegare le vittime. Ma c’è una funzione “sociale” degli attentati? L’abbiamo compresa ascoltando i commenti “del giorno dopo” della gente dei nostri paesini: “È inutile, questa terra è maledetta. È così e sarà sempre così. L’unica possibilità è andarsene.” Abbiamo dato un nome a questa sensazione di disfattismo diffuso, l’abbiamo chiamata “depressione sociale”. Così come esiste la depressione individuale, esiste la depressione dei territori, delle comunità e dei popoli. La depressione sociale è uno strumento potentissimo di controllo sociale: un popolo depresso non si ribella, si rassegna, protegge solo ciò che appartiene alla sua dimensione privata. La speranza, al contrario, è pericolosa per chi vuole opprimere: la speranza rende un popolo indomabile, perché riattiva la storia e la capacità di cambiare.

    Abbiamo intuito che la forza repressiva della depressione sociale non l’aveva capita solo la ’ndrangheta. Guardando i quotidiani nazionali, ci si rende conto che circa il 40% dei contenuti è fatto di telenovelas politiche, un altro 40% di cronaca nera spesso morbosa, e il restante 20% riguarda sport e spettacoli. Alla fine, chiudendo il giornale, ci si sente disgustati dal mondo. Come mai le buone notizie non vengono diffuse? Non è vero che le buone notizie non fanno audience: ce lo dimostra il successo di esperienze editoriali come “Corriere Buone Notizie”. Il problema è che le buone notizie fanno sperare, e la speranza rischia di trasformare una democrazia formale in una democrazia sostanziale, cosa che a certi poteri non conviene. Ecco perché si costruisce una rappresentazione del mondo disastrosa e ineluttabile. Non serve mentire: basta selezionare le notizie funzionali a trasmettere quella visione, usando la tecnica del “bouquet giornalistico”. Come dal fioraio, componi lo scenario del mondo scegliendo le notizie da diffondere e quelle da tacere, senza inventare nulla, ma, di fatto, dipingendo una realtà falsata. La stessa visione del mondo diffusa (guarda caso) anche dall’industria dell’intrattenimento: film, serie, documentari di denuncia che mostrano i mali senza indicare soluzioni, rinforzando la depressione sociale, gettando la gente in uno sconforto passivo e rassegnato.

    Dopo quell’attentato abbiamo riflettuto e ci siamo resi conto che, ogni volta che andavamo in TV arrabbiati e corrucciati, diventavamo noi stessi, inconsapevolmente, diffusori di depressione sociale. Dovevamo cambiare registro radicalmente. Così nacque l’idea di reagire con l’esatto opposto della depressione sociale: una festa. Uno di noi propose: “Perché non reagiamo agli attentati con una festa?” L’idea fu accolta all’istante: da quel momento, dopo ogni attentato, decidemmo di organizzare una “Festa della Ripartenza”.

    Il metodo è semplice ma potente: coinvolgere la comunità locale attorno alla vittima, attirare l’attenzione dei media nazionali, e trasformare l’evento in un catalizzatore di solidarietà. Non solo si riparano i danni, ma la vittima riparte più forte di prima. Dopo 3 o 4 mesi, il tempo che i risultati della festa si concretizzino, ci rivolgiamo pubblicamente (nelle tv locali) alla ‘ndrangheta facendo loro il “report della feste”, raccontando quanto di positivo avevamo ottenuto: “Ci avete colpito? Bene, abbiamo riparato tutto e ora siamo più forti e più visibili. Continuate pure.” Dopo tre sole feste, la mafia più deleteria al mondo ha sventolato bandiera bianca: da otto anni non ci colpiscono più, in nessuna delle 46 entità del gruppo.

    Questa esperienza ci ha insegnato che la comunità locale ha molto più potere di quel che pensassimo, “potere” nel senso più etimologico del termine, “avere la possibilità di”. Dopo le feste abbiamo deciso di andare avanti e riappropriarci del territorio. Abbiamo iniziato ad agire sul territorio come se la ‘ndrangheta non esistesse, compiendo operazioni economiche in diretto contrasto con i loro interessi e violando ogni regola che imponevano. Da queste esperienze abbiamo capito che non potevamo tenere tutto questo per noi. Era nostro dovere codificare e condividere tutto ciò che la nostra storia ci aveva insegnato. Intuivamo di avere in mano non solo una metodologia di cambiamento, nata dall’esperienza concreta e dalle prove sul campo, ma una nuova, potente, visione dell’etica. Così è nato il Manuale dell’Etica Efficace, che oggi si sta diffondendo in tutta Italia. Mano a mano che le idee e i concetti si diffondono molti iniziano a chiederci anche formazione sull’etica efficace.

    Abbiamo deciso di rispondere a questa richiesta, indirizzando un’offerta formativa prioritariamente al terzo settore. In Italia, tra volontari e operatori operiamo nel terzo settore circa sei milioni di persone. Gli iscritti ai partiti sono meno di un milione. Se quei sei milioni ragionassero con una visione politica della storia e applicassero un metodo efficace di cambiamento, potrebbero influenzare il futuro del paese enormemente. Noi, con 500 persone in Calabria, abbiamo messo in crisi la mafia più deleteria al mondo. Immaginate cosa potrebbero fare sei milioni di persone, con metodo e visione.

    L’etica efficace è l’etica vista dal punto di vista di chi soffre, di chi è più fragile. Nella relazione d’aiuto (luogo per eccellenza dell’etica) l’etica assume priorità diverse se vista dal punto di vista di chi aiuta o di chi sta male. Per cui aiuta le buone intenzioni possono pure bastare, ma per chi sta male l’etica ha senso se risolve il problema, se ti aiuta ad uscire dalla sofferenza. Anche la dimensione del tempo è diversa per chi sta male: egli non può attendere, non può tergiversare. L’etica è efficace se risolve i problemi senza crearne altri, nel minor tempo possibile. Ecco perché i “piccoli passi” sono un lusso che chi sta male non può permettersi. Chi sta male non può aspettare che i risultati arrivino tra anni o generazioni. L’efficacia nel minor tempo possibile ci impone di sudare sangue col cervello, progettare, pianificare, e rendere ogni azione concreta e immediatamente utile. Si tratta di tendere all’efficacia, nessuno è onnipotente e nessuno può garantirla, ma tendere ad essa con tutte le proprie forze è un dovere imprescindibile.