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 Abitare vuol dire condividere

Agorà 2017

GLI  INTERVENTI…

Agorà nazionale MCF – intervento di Johnny Dotti – parte prima

La cura dell’altro come luogo della durata e della quotidianità, modo di
esistere e vivere, spazio gioioso dove essere se stessi nel mondo. La cura
non può chiudersi, esige libertà e apertura all’altro, perché non ci si
prende cura di qualcuno senza fare l’esperienza di essere curati e senza
assumersi la consapevolezza delle proprie fragilità e ferite.

Agorà nazionale MCF – intervento di Gabriele Rabaiotti – parte prima

Nata per costruire gente, MCF oggi è luogo dove si percepisce la voglia di
mescolarsi con il mondo e di superare l’elemento pacificante, dove si
respira la volontà di stare in cammino, di incontrare l’altro vero,
irriducibile ed eterogeneo, concependo la propria missione nel mondo.
L’esperienza comunitaria può, in questo modo, essere portata fuori dalle
proprie mura e diventare un ingrediente significativo ed un pezzo fondante
della società.

Agorà nazionale MCF – intervento di intervento di Johnny Dotti – parte seconda

Il coraggio che in questi anni Bruno ha saputo infondere ha permesso di superare
paure ed incertezze, liberando il desiderio di condivisione e la capacità di cura reciproca.
Come mantenere vivo questo coraggio ora? Vivere la paura come domanda vitale e benedire la propria ferita,
consente di tollerare l’imperfezione degli altri e di vivere da pellegrini, in continuo cammino.
Consapevoli di non bastare a noi stessi, la comunità diventa allora luogo del coraggio,
non spazio im-mune, ma luogo di prossimità che, riconoscendo di esistere in quanto imperfetta,
può diventare lievito per la società. Per mantenere acceso questo coraggio occorre,
inoltre, tenere in vita i tre simboli dell’autorità biblica: Il re, il profeta ed il sacerdote;
per custodire e trasmettere con autorevolezza la profezia, attraverso la celebrazione di parole,
riti e buone pratiche che, raccontate al mondo, sappiano ancora scaldare i cuori.

Agorà nazionale MCF – intervento di Gabriele Rabaiotti – parte seconda

La comunità deve essere vissuta come un passaggio in questo pellegrinaggio
che ci spinge nel mondo. E’ legittimo che alcuni scelgano la comunità per
loro stessi per un loro bisogno ma diventa problematico quando tutti vivono
in comunità solo perché serve a loro stessi. In questo caso, il munus su cui
anche etimologicamente si fonda la comunità (cum-munus), diventa un dono con
obbligazione, perdendo così il suo aspetto di gratuità e reciprocità.  La
comunità, se non è passaggio, diventa una forma difensiva, in cui può
entrare solo l’altro riducibile, mentre l’irriducibile rimane fuori le mura.
La comunità aperta deve, invece, concepirsi come superamento, perché se
l’esperienza della condivisione aiuta e rafforza che la vive, può allora
aiutare e rafforzare anche gli altri, se si ha il coraggio di uscire fuori,
incontrarsi e scoprirsi allo stesso tempo altri.

risposte finali di G. Rabaiotti e J. Dotti

Il sistema economico attuale si è impadronito del concetto di sharing,
colonizzando la parola condivisone. Chi vive in comunità o partecipa ai
gruppi di condivisone ha qualcosa da raccontare? Vuole donare qualcosa alla
società e contribuire al suo sviluppo su questi concetti?  E’ giunto il
tempo, non di raccontare la strada percorsa, ma l’idea originaria, il
progetto capace di smuovere, la forza conduttrice ed il traguardo che si ha
davanti. Le comunità sono ancora capaci di ospitalità e porta aperta
incondizionata all’altro irriducibile? Oppure sono selettive ed aperte solo
al conforme? La porta aperta definisce una soglia, uno spazio aperto tra la
casa e la città, non è un confine, ma uno spazio che si abita. Lì si diventa
altro e si incontra l’altro, uscendo.

Agorà 2015

intervento Ennio Ripamonti
intervento Massimo Nicolai
intervento di Betta Sormani
intervento di Ugo Biggeri
spunti di Dario Quarta
discorso di Bruno Volpi
laboratorio metodo della condivisione
ringraziamenti

Agorà Lombardia 2016

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